Morto Eugenio Scalfari, il giornalista innovatore del novecento

Scalfari, il giornalista innovatore del novecento.

La situazione politica che si è determinata in Italia in questi giorni è decisamente difficile. I leader dovrebbero adeguarsi a uno scenario di cambiamenti rapidi nella politica economica, in quella estera, di mutamenti per quanto riguarda le stesse alleanze. Se le novità riguardano il presente, ancora di più dovremmo attendercene se ci proiettiamo verso quanto accadrà.”. 

Così scriveva in uno dei suoi ultimi editoriali Eugenio Scalfari nel novembre del 2021 (repubblica.it). Un’analisi lucida e intransigente che colpisce per l’aderenza alla crisi di governo in corso proprio in queste ore. Quasi come se quella del fondatore e storico direttore di Repubblica fosse una profezia laica. Un faro spuntato nel buio della notte. 

Prima di andarsene Scalfari desiderava lasciare ai suoi lettori – affezionatisi negli anni alla sua penna inconfondibile e geniale – un “manuale di sopravvivenza”. Non senza un pizzico di malinconia: “Chi vorrebbe un futuro pieno di novità resta in realtà deluso: novità non ce ne sono, viviamo un continuo presente privo di bellezza e di sorprese positive”.

Eppure, benché l’età lo avesse costretto a scrivere meno e nonostante le avesse già viste e raccontate quasi tutte, Scalfari riusciva ancora a sperare, ad aggrapparsi alle parole, alla musica, all’arte, alla vita.

Era nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924. Ed era stato il primo direttore-manager dell’editoria italiana. Padre di due ‘creature’, L’Espresso e Repubblica, nate dal nulla ma in pochi anni ai vertici della diffusione con un’impronta indelebile sul mondo editoriale.

Al liceo classico ebbe come compagno di banco Italo Calvino. Iniziò a scrivere su alcune riviste fasciste, per venire poi espulso perché ritenuto un imboscato. Nei primi anni cinquanta scriveva per il Mondo di Pannunzio e l’Europeo di Arrigo Benedetti. Nel 1955 aveva fondato con quest’ultimo L’Espresso, primo settimanale italiano d’inchiesta. Scalfari vi lavorava nella doppia veste di direttore amministrativo e collaboratore per l’economia. E quando Benedetti gli lasciò il timone nel 1962, divenne il primo direttore-manager italiano, una figura all’epoca assolutamente inedita per l’Italia. 

Nel 1976, dopo aver già tentato (inutilmente) di varare un quotidiano insieme a Indro Montanelli, che aveva respinto la proposta definendola piuttosto azzardata, Scalfari fondava il quotidiano la Repubblica, in edicola dal 14 gennaio di quell’anno. 

L’operazione, attuata con il Gruppo L’Espresso e la Arnoldo Mondadori Editore, apriva una nuova pagina del giornalismo italiano. Il quotidiano romano, sotto la sua direzione, compiva in pochissimi anni una scalata imponente, diventando per lungo tempo il principale giornale per tiratura.

Negli ultimi anni, dopo una lunghissima carriera al timone del giornale, si è dedicato soprattutto alla scrittura, anche con un autobiografia uscita per i suoi 90 anni nel 2014 e allegata al quotidiano.

Ezio Mauro, storico direttore suo successore a Repubblica, ha commentato così in un editoriale la morte del maestro (repubblica.it): La verità è che non ci ha preparati al distacco, nonostante una vita lunga un secolo. Non i lettori, che lo hanno trovato qui ogni domenica dal 1976 fino alle ultime settimane, ma nemmeno noi, i suoi compagni. La forza intellettuale, la vivacità politica, la curiosità delle cose grandi e piccole rimanevano intatte, ci interpellavano ogni giorno e più volte al giorno e riscattavano il fisico infragilito, il movimento più lento, una fatica crescente nel muoversi. Fin che ha potuto entrava qui, ogni mattina, con quella sua eleganza distratta, fortemente personale, il bastone che sembrava un vezzo più che un appoggio. I gesti sempre uguali mentre sedeva, poi accavallava le gambe e subito accendeva una sigaretta, anche se negli uffici non si può più fumare”.

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